Come farsi spezzare il cuore da Napoli: 50 luoghi di grazia e follia che forse non conoscete

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Profuma di funk partenopeo e di sfogliatelle calde, si apre sui cortili che nascondono alberghi-galleria. Tra palazzi nobiliari, arte contemporanea e cene sentimentali, un itinerario lento nella metropoli più viva d’Italia. Cosa vedere a Napoli. Una New York mediterranea dove le antiche spezierie diventano bistrot, le stazioni della metropolitana somigliano a musei e quando si va al mare ci si tuffa sotto archi di tufo del Seicento. Guida tra hotel di charme, trattorie di famiglia e tappe d’arte contemporanea
«Amo Napoli perché mi ricorda New York», disse Andy Warhol nel 1980. Arrivava in città per il gallerista Lucio Amelio, fotografava con la Polaroid i femminielli dei Quartieri Spagnoli e cinque anni dopo avrebbe serigrafato il Vesuvio in eruzione con gli stessi colori delle sue dive. La sua New York mediterranea il sabato mattina profuma di ragù. Nei bassi del Rione Sanità viene messo sul fuoco presto, come faceva donna Rosa (secondo Eduardo De Filippo) e deve pippiare piano, quasi fino a domenica. E basta imboccare via dei Cristallini, la strada dei cristallai di Napoli che accompagnava le carrozze reali verso Capodimonte, per sentire l’odore e il rumore dei quartieri storici. Al civico 138 l’orafo e scultore Vincenzo Oste e la designer di gioielli Inès Sellami ricevono gli ospiti delle loro suite in una corte che fino al 1930 era un cinema all’aperto, tra le opere di Annibale Oste, padre di Vincenzo; al 73 la chiesa ottocentesca di Santa Maria Maddalena ha riaperto interamente dipinta di blu, i volti degli abitanti sulle pareti e un altare ricavato dalla prua di una barca approdata a Lampedusa. Il dolce, da queste parti, è il fiocco di neve di Poppella, cupola fredda di ricotta e latte che si mangia camminando.

Pasticceria Pintauro – Al 275 di via Toledo, di fronte a Santa Brigida, una bottega piccolissima con i rivestimenti in marmo del 1785, l’anno in cui Pasquale Pintauro ci teneva ancora un’osteria. Intorno al 1818 gli arrivò dalla zia, badessa del convento di Santa Rosa a Conca dei Marini, la ricetta del dolce delle monache: lui tolse la crema e le amarene, aggiunse i canditi, e da quel gesto nacque la sfogliatella riccia come la conosciamo. L’osteria diventò una pasticceria, tra le prime d’Europa. Dentro si sta stretti e in piedi a guardare la vetrina che cambia con le stagioni, tra roccocò e struffoli, e al banco risuonano come una nenia le stesse domande: «riccia o frolla? con lo zucchero a velo o senza?». In città si dice ancora che tene folla Pintauro quando da qualche parte c’è ressa. Dopo mesi di chiusura ha riaperto il 27 marzo 2026, con un restauro che ha lasciato i marmi settecenteschi al loro posto. pasticceriapintauro1785.it

 

Fonte: Vogue Italia

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